Miss the light

la musica sembra alleviare il dolore, sembra motivare il cervello.

“Una volta c’erano i fan dei Rolling Stones che le davano ai fan dei Beatles. Da generazioni e generazioni, noi del liceo classico siamo molto superiori. Vi spiego, se non fate il classico – se lo fate lo sapete fin troppo bene: ci sono quelli che hanno il Rocci che le danno a quelli che hanno il Montanari. Che cosa sono?, chiederanno i profani. Allora, noi al liceo classico, a partire dal terzo anno, cominciamo ad assumere le sembianze della sedia a sdraio ripiegata principalmente per colpa di due signori, che si chiamano Lorenzo Rocci e Franco Montanari. Non è che portiamo in spalla loro due di persona, anche perché peserebbero di meno: Rocci e Montanari hanno dato forma ai nostri incubi e pubblicato i dizionari di Greco. Sì, perché le versioni di Latino scivolano via, alla fine sono sempre Sallustio, Cesare e Seneca… è il Greco l’ammazzasette. La versione di Greco si svolge così. Ci sono, come ho già detto, due categorie di studenti, entrambe preparate come Rocky prima del match finale. Quelli col Rocci sono i secchioni, o quelli che hanno ereditato il dizionario dai parenti, e la loro frase tipica è: “non puoi paragonare il Rocci al Montanari, non c’è confronto”. Loro non ti spiegano perché, dicono solo che “non c’è confronto”. Il Rocci è il vocabolario di chi non vuole avere una vista dopo la maturità, è scritto talmente piccolo che dopo un po’ ti si accavallano gli occhi come i binari delle montagne russe. In genere, lo studente col Rocci tiene a portata di mano anche un dizionario Fiorentino del 300-Italiano corrente, perché la traduzione dei verbi in genere è tipo “vo’ a fare una passeggiata” al posto di un più semplice “cammino”. Però non c’è confronto. Quelli col Montanari invece sono i furbetti, i meno studiosi, infatti la loro frase preferita è: “ma nel Montanari ci sono le frasi fatte”. Che è una trappola! Le frasi fatte del Montanari sono affette da uno strano fenomeno per cui i professori le segnano sempre come sbagliate. Sempre, non hai speranza. Questo dizionario è caratterizzato da un’elegante colorazione bianca e celeste, con scritto in nero, bello grande, al centro: GI. In genere, che significa “Greco-Italiano” lo capisci durante un compito in classe al secondo anno, e ti senti un genio a tal punto da non concentrarti più sulla versione e scrivere nella favoletta di Esopo: “Il lupo beve la fonte dall’agnello più in alto dell’acqua”. E poi, nel Montanari non trovi le parole. Sono nascoste da verbi di almeno trentaquattro lettere che non troverai mai, che significano ad esempio – ve lo giuro! – “scendere da una collina urlando”. Caro Franco Montanari, quando mai troverò in una versione Apollo che scende da una collina urlando? Cari greci, perché mettete verbi che significano al contempo “cantare”, “gridare”, “strozzare una gallina”, “passeggiare nell’agorà” e “ricamare una vela all’uncinetto”? Cambiate parola, no? Poi c’è l’altra leggenda, quella del duale. Non ci sono solo singolare e plurale: il duale serve per nominare le cose a due a due, e non lo studia nessuno, perché tanto “nel compito non lo troverò mai”. Per il primo anno ti va bene. Anche per il secondo e il terzo. Poi, al quarto anno, l’ultima versione del secondo quadrimestre che ti si presenta è: “I due fratelli e i due tori”. E allora scatta l’attacco di panico. Sei pronto a bestemmiare tutti gli dei pagani, ma ti rendi conto che non ti conviene, perché se te li tieni buoni e sacrifichi un capretto magari un aiutino potrebbero dartelo. Allora alzi la mano:
“Prof, non è che posso uscire che ho un inizio di sindrome del tunnel carpale?”
“No.”
La risposta è sempre no, non ti lasciano uscire nemmeno se hai un improvviso attacco di peste bubbonica, preferiscono bruciarti lì. Perché, secondo loro, siccome gli Spartani soffrivano, allora devi soffrire anche tu che li traduci. Deve essere un parto proprio, una tribolazione. E infatti, la prima sensazione che provi quando vedi davanti a te quelle lettere assurde che non sono quelle che hai imparato da bambino è sempre quella di Socrate che ha appena bevuto la cicuta. Anche se in realtà le prime parole sono “i ragazzi vanno in piazza”. Comunque ti prende l’asma, l’ansia da prestazione.
Infine, c’è un mito che va sfatato assolutamente. La balla più grossa dopo l’affermazione “con la bici potrai andare da qualunque parte” nei giochi dei Pokémon. Che è “il soggetto si mette al nominativo”. Non c’è una cosa più falsa di questa, potrei credere più facilmente che il sole giri attorno alla terra. Se il nominativo è il caso del soggetto, i Greci faranno di tutto per non mettere il soggetto in nominativo. E, alla fine, quando suonerà la campanella, irrimediabilmente ti accorgerai che di venti righe di versione ne hai tradotte a malapena tre, e in più queste tre recitano più o meno:
“Gli ambasciatori, certamente, non avendo, si irritarono i giusti, ma qualcuno dei Sabini per la rabbia si mise lungo la via a loro che dormivano (infatti la notte li aveva colti), e sia portarono via le loro molto numerose ricchezze, sia inoltre li uccisero nel sonno.”
Allora arriva il vero insegnamento che ti dà il liceo classico. Guardi quelle righe e ridi, ridi di gusto. Ma sì, ti rifarai un’altra volta. In fondo, quella scuola l’hai voluta tu.”

– unastoriavera (via unastoriavera)

Pensate, abbiamo avuto la fortuna di nascere nell’epoca del Tomorrowland e dei Bastille, dei cuori blu su Whatsapp e delle discoteche in riva al mare. Non sapete quanto siamo fortunati ad avere la possibilità di postare immagini porno su Tumblr e video in cui ci tagliamo su Ask.fm. Ve lo giuro, non saprei proprio immaginarmela un’epoca migliore: abbiamo Berlusconi, ma che ci importa? Tanto poi ce ne andiamo ad Ibiza a darla via come se non fosse nostra. Ma sì, chi se ne frega di Calciopoli, abbiamo vinto i Mondiali e Martin Luther King mica tira in porta come Balotelli, eh. Siamo stati fortunatissimi e non ce ne rendiamo conto, siamo cresciuti in un paese che si lamenta per la fuga dei cervelli ma che continua a sponsorizzare le tette. Insomma, perché mai dovremmo rimpiangere Woodstock se abbiamo la possibilità di andare in discoteca a impasticcarci il sabato sera? Ma che ci importa della libertà? Noi abbiamo l’omertà e la sottomissione. Mi raccomando, teniamoceli stretti questi anni di merda, tra contratti a tempo determinatissimo e pompini come strette di mano. Teniamoci la crisi e le apparenze, Angry Birds e Marco Mengoni. Insomma, cosa dovremmo mai farci con Mandela se abbiamo la Rodriguez e la sua farfallina? E non ditemi che sono troppo malinconica o retrò, ma non me ne faccio nulla di Giulia Carcasi e di Instagram quando vedo un’intera generazione in fila davanti l’Apple Store il giorno dell’uscita di un nuovo I-Phone e girare la testa, facendo finta di non sentire, quando ammazzano di botte un ragazzo omosessuale o ridicolizzano una ragazza in carne. Abbiamo i leggins stracolarati, ma la personalità in bianco e nero, le Vans con le quali calpestiamo ripetutamente chi ha un’opinione diversa dalla nostra, chi è più sensibile e chi non è mai sceso a compromessi. E non ditemi che questi sono gli anni zero, no. Magari lo fossero, potremmo ripartire da quello zero, crearci una nuova identità, una cultura sana, libera e non soggetta alla riforma Gelmini e ai continui tagli. Potremmo permetterci di restare qui, a girare in Vespa per le vie di Roma o ammirare la bellezza senza tempo di Firenze, potremmo provare sentirci a casa in qualunque posto, pagarci l’università e comprare un cassetto solo per i sogni, senza dover trovare una spazio striminzito tra le pagine in cui abbiamo scritto quando ci siamo sentiti criticare da una bionda tutta tette o un figlio di papà che non sa coniugare un congiuntivo, dall’alto della sua scrivania in radica di noce. Ma che ci importa se non abbiamo la materia grigia, ragazzi, noi possiamo tingerci i capelli di blu.

entropiclanguage:

iotueilmondo:

troppisogninelcassetto:

la rebloggherei all’infinito

Stima profonda.

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